Sull’Appennino ho mosso i primi passi con gli scarponi, i ramponi, le scarpette da arrampicata, gli sci da alpinismo. Miei maestri sono stati soprattutto gli amici Alberto e Federico, che già praticavano alpinismo da qualche anno quando io ho cominciato. All’inizio con Mario, poi con diversi altri compagni – quelli più propensi alla ravanata – ho ripetuto le vie di roccia e di misto classiche del nostro Appennino, e poi quelle aperte o riscoperte appunto dalla cordata Piazza – Rossetti; mi sembrava un segno di stima e un riconoscimento per la passione che mi hanno trasmesso, ma ero pure intrigato dalla possibilità di confrontarmi a distanza con loro, riprovando le stesse sensazioni, tirando gli stessi appigli.

Federico sullo sperone sud di Punta Buffanaro
Il nostro terreno di avventura preferito è appunto il crinale appenninico, nella fattispecie il suo “versante oscuro”, scomodo e poco battuto, cioè quello toscano! Il Braiola, il Gendarme della Nuda, i Groppi di Camporaghena. Luoghi dove la roccia non manca, anche se non è proprio di prima qualità, e non manca neppure l’erba, decisiva per superare alcuni passaggi…
Al Braiola con Orazio abbiamo ripetuto Macigno Paradise, e forse per la prima volta Macigno Codigno, evitando però gli ultimi due tiri per una scappatoia più facile. Svolgendosi lungo speroni intervallati da balze erbose, queste vie risultano discontinue e permettono di sgattaiolare fuori senza particolari difficoltà tra una lunghezza di corda e l’altra; ma una volta che si è “dentro” i tiri l’arrampicata è continua e obbligata, bisogna sfoderare l’intuito cercando il passaggio più facile e la roccia più solida.
Per Macigno Codigno siamo saliti carichi di materiale fino all’uscita, scendendo poi dall’alto per il ripido canale di fianco alla via. Il primo tiro ha richiesto parecchio tempo e impegno, imponendomi un rapido ripasso della progressione in artificiale; sul quarto ho ritrovato il chiodo lasciato da Alberto, ancora buono all’apparenza, seguito da un’uscita piuttosto paurosa.
Chiodare è un gesto naturale e ricco di fascino, al quale come arrampicatori non siamo più abituati trovando quasi sempre tutto già predisposto. Sull’arenaria macigno “vergine” dell’Appennino spesso è una scelta inevitabile, se non si hanno a disposizione buone fessure larghe, alberelli, o un trapano. E può essere una necessità anche schiodare, compito infame che tocca al secondo se la cordata non ha abbastanza chiodi per proseguire lungo una via dove potrebbe essercene bisogno. Un chiodo ci dice qualcosa su chi lo ha lasciato: ci rivela che in quel momento si è trovato nella necessità di piantarlo per proteggere un passaggio o azzerarlo; scopriamo se ha avuto fantasia e occhio a trovare la fessura giusta e una posizione adatta a svolgere le operazioni.
È un’emozione ritrovare i chiodi di chi ci ha preceduto, specialmente se sono persone che conosciamo. Nel caso del chiodo sul terzo tiro di Macigno Codigno è bastato lasciarlo al suo posto; mentre durante la probabile prima (parziale) ripetizione di Lichenomania, lo scorso dicembre, ho visto un chiodo sul secondo tiro che indicava il passaggio difficile. Arrivato in spaccata, lo ho mosso e mi è rimasto in mano: era un chiodo corto in una fessura piuttosto piccola.
Spesso nell’arenaria macigno si trovano i chiodi ballerini quando da un po’ non passa nessuno, dato che le fessure tendono a muoversi con l’alternarsi delle stagioni. Ho preso un chiodo più lungo dall’imbrago e lo ho piantato in una fessura vicina più profonda, dopodiché ho superato il passo. Il secondo, Stefano, ha recuperato su mia indicazione il chiodo, ma forse poteva lasciarlo lì, avrebbe facilitato nell’individuazione del passaggio i futuri ripetitori… ma chissà chi ci verrà a ripetere Lichenomania passando proprio di lì, quando 10 metri più a sinistra c’è un diedro più semplice che porta allo spigolo… ho preferito vincere il vecchio chiodino di Alberto e recuperare il mio.

La Redclimber crew sullo sperone sud di Punta Buffanaro
I chiodi possono anche trarre in errore: tre anni fa durante la salita della Via della Fessura sul Gendarme della Nuda, insieme a Matteo, mi sono ritrovato su un traverso che aveva l’aria più difficile rispetto a quello descritto sulla relazione di Federico: eppure ero convinto si potesse passare solo da lì! Non trovando altre soluzioni, ho messo un friend e piantato un chiodo a V prima del brutto passaggio, che ho poi superato con un poco di apprensione.
La scorsa estate l’amico Nicola, lettore appassionato di Redclimber, mi ha raccontato che ha ripetuto pure lui la via sulla sud del Gendarme compiendo lo stesso errore: il chiodo gli è rimasto in mano, si è fidato del friend ma pure lui ha avuto un po’ di strizza sulla placca… Mi ha chiesto se rivolessi il chiodo ma ho rifiutato, è giusto che lo tenga lui; forse ora che non c’è più, il prossimo che salirà magari imbroccherà la via giusta. Perché è bello pensare che ci sarà qualcuno sempre pronto a tornare in questi posti remoti, magari più bravo di noi e capace di passare dove noi ci siamo tirati indietro.
Vie d’alpinismo di ricerca in Appennino:

Tramonto sotto la bastionata del Braiola








2 commenti
Bravissimi, siete incredibili;
tutte le volte che sono sul sentiero di cresta del Braiola guardo con grande invidia le vostre vie (soprattutto Lichenomania e macigno paradise), posso solo che ammirare lo spirito ed il coraggio con cui affrontate questi percorsi “oscuri” del nostro appennino .
Un saluto da un abitante del versante toscano ;-).
Ciao! Grazie del commento, anche se per noi è un po’ scomodo veniamo sempre volentieri nel lato oscuro dell’Appennino! E ultimamente dopo tanta fatica abbiamo pure convinto qualcun altro ad andare a ripetere quelle vie.
Un saluto dall’Emilia!
Luca