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Il nostro inverno in appennino…

by REDclimber
15 minuti di lettura
Inverno in Appennino

 


Ci sono tanti momenti belli durante una scalata ma il migliore è forse quando ti stai avvicinando a una montagna e la parete si fa sempre più grande, non la guardi più nel suo complesso ma inizi a vedere tante linee possibili di salita, da quelle più logiche e semplici a quelle più dirette ed azzardate. Mentre ti avvicini e devi alzare la testa per vedere la fine della parete, inconsciamente, tra tutte l’hai già scelta: continui a guardarla, a fissarla e ti compiaci della sua bellezza. La magia, però, si compie solo nel momento successivo, quando ti volti verso il tuo compagno e senza bisogno di tante parole sai che anche lui l’ha vista e capisci che sarà quella la linea da cui salirai e vincerai la parete. Questa strana sensazione ci è capitata un paio di volte quest’inverno, è difficile descriverla: ti avvicini a qualcosa di sconosciuto, misterioso, che fa anche un po’ paura e dall’altro lato non vedi l’ora di essere lassù a scalare e a confrontarti con la montagna. Potrebbe sembrare che abbiamo salito chissà quale cima, in un posto sperduto, lungo una difficile via: non è stato così, le nostre mete sono state le vette dei nostri Appennini. Questo breve racconto non sarà il resoconto o una relazione dettagliata di qualche scalata, voglio semplicemente portare alla luce qualche angolo, a volte dimenticato, qualche itinerario forse sottovalutato e, soprattutto, trasmettere un po’ di quello spirito e di quella passione che ci ha guidato in questo bellissimo inverno.  

28 giugno 2013

IL NOSTRO INVERNO IN APPENNINO

di Federico Rossetti

Partiamo dall’inizio. E’ difficile dire come sia cominciato. La passione per la montagna non è mai mancata anche se era un poco sopita. Negli ultimi anni abbiamo fatto alcune uscite su roccia e neve, belle salite sulle Alpi, facili arrampicate e qualche bella invernale in Appennino, ma dallo scorso autunno è scattato qualcosa. Forse è stato il libro delle imprese e avventure di Bonatti o la bellissima vista del Bianco dalla cresta di Rochefort qualche settimana prima ma probabilmente era semplicemente arrivato il momento giusto. In autunno le arrampicate si sono susseguite e l’appuntamento settimanale con qualche via è diventato fisso. Tra tutte voglio ricordare quella che ci ha dato maggior soddisfazione: la salita alla Punta Buffanaro per la Via Diretta Nord. Certo, non sarà ricordata negli annali come un’impresa, e probabilmente non verrà mai neanche ripetuta ma per noi rappresenterà sempre qualcosa di speciale e un importate punto di partenza. Probabilmente Alberto la puntava da tempo, avevamo già salito due vie recenti e attrezzate nella stessa zona (le menziono perché probabilmente sono sconosciute: la via “Ti vedo Tentennare” del 2008 di G. Simonini e T. Monduzzi e la “Via del Chiodo Fisso” di G. Montipò e L. Pezzi del 2007) ma volevamo provare una linea differente e più diretta sulle belle e facili placche appoggiate a sinistra della linea di “Ti vedo Tentennare” , puntando direttamente alla cima per gli strapiombetti centrali. Il bello di salire qualcosa, dove si immagina nessuno sia passato prima, non è l’alzare la testa per vedere il chiodo successivo o l’infilare la mano in tasca per prendere la relazione ma semplicemente il capire dove conviene salire, dove si riesce a proteggersi, dove potremo fare la prossima sosta, dove riusciremo a passare. La sensazione è bellissima, tipica di un’avventura, un misto tra titubanza e paura per la parete sconosciuta che c’è sopra di te e gioia, curiosità di scoprire cosa ci sarà dopo quel diedro, quel muro, quella placca, quale bel passaggio possa regalarti la linea che tu e solo tu hai deciso di seguire e scalare.

Punta Buffanaro

Punta Buffanaro

Via Diretta Nord

Via Diretta Nord

 

 


Da sinistra: Luca, Alberto, Federico (io) e Giacomo

 

 


 

Arriva così l’inverno, quest’anno particolarmente generoso… di neve. Iniziamo con le due uscite tecnicamente più impegnative, la Cresta dello Sterpara e il canale NO del Monte Scala.  Lungo la cresta sperimentiamo cosa significa arrampicare sul IV grado con i ramponi ai piedi, i guanti e con la neve che colma le profonde fessure, invece lungo il severo Canale NO dello Scala superiamo i passi di misto più impegnativi dell’intero inverno. Nonostante la soddisfazione per le difficoltà superate e la bellezza di entrambi gli itinerari, questi percorsi già definiti e spittati ci lasciano la sensazione di preconfezionato: ci manca l’avventura.

Ci trasferiamo allora nella zona dell’Alpe di Succiso, un ambiente severo, molto più selvaggio e maestoso della Val Parma, ricco di lunghi canaloni, di pareti nascoste e di aeree creste. Dell’Alpe, anche se abbondantemente frequentata, mancano relazioni dettagliate al di fuori dei classici percorsi. Possiamo così dare sfogo alla nostra fantasia e voglia di avventura, immaginando “nuovi” itinerari e possibilità. Saliamo una bella linea lungo il versante Nord-Est e con nostra grande sorpresa troviamo un vecchio chiodo lungo il “camino” del quinto tiro. Trovare un chiodo rompe quell’illusione di essere i primi ma è motivo di grande soddisfazione: qualcun altro, spinto dal nostro stesso spirito di avventura è passato di lì. La via da noi denominata “Anni settanta“, per via del chiodo che, chissà perché, abbiamo immaginato essere stato piantato in quel decennio, sale il versante Nord-Est dell’Alpe nell’area genericamente identificata dalla guida del CAI come “settore sinistro” ed ha uno sviluppo di circa 300 m divisi in sette lunghezze, la prima è quella più impegnativa su pendenze importanti fino a 75°, molto bello anche il quinto tiro lungo un camino ghiacciato.

Lungo la parete che chiude a nord il maestoso versante Ovest saliamo, invece, un logico canale dal notevole sviluppo e dalle pendenze costanti. Quel giorno la nostra meta, in realtà, era un’altra ma mentre saliamo verso i Ghiaccioni rimaniamo abbagliati dalla parete Ovest dell’Alpe in grandi condizioni, non riusciamo a resistere e scegliamo una linea che poi chiameremo “Canale del Masso”. La via ha uno sviluppo di 500 m, divisibili in una decina di tiri su pendenze sempre oltre i 40°, nella prima parte si sale lungo il canale tra pareti rocciose e massi affioranti, poi si supera il caratteristico masso e qualche passo di misto, quindi dopo un tiro più facile ci si sposta sulla destra e si sale direttamente verso una

cresta su pendenze di 60°, dopo si esce verso la cresta principale e senza difficoltà si arriva alla cresta Nord dell’Alpe. L’inverno sembra assecondare il nostro desiderio di neve, le perturbazioni si susseguono con grande costanza, intervallate da qualche bella giornata. Sono le condizioni ideali per percorrere qualche cresta carica di neve. La prima è la Cresta dello Scalocchio, che domina il Vallone dell’Inferno in un ambiente spettacolare. Il percorso si compone di due tratti, il primo di cresta vera e propria fino alla cima dello Scalocchio tra cornici, passi di arrampicata e creste nevose, il secondo è un traverso sotto la parete Nord del Gendarme, lungo il ripido versante e un canale tra rocce che riporta sul crinale. La seconda cresta, la Cresta Sud Est del Monte Alto è forse il più bell’itinerario dell’intero inverno. Noi lo abbiamo trovato in condizioni eccellenti, la neve abbondantissima ne ha accentuato la spettacolarità regalandoci forme particolari e grandi cornici. La cresta molto lunga si innalza dal Passo dell’Ospedalaccio ed è una successione di saliscendi tra brevissimi passi rocciosi e tratti affilati, l’arrivo in cima dopo il ripido pendio finale è di gran soddisfazione.


Cresta dello Sterpara - Sentiero Alpinistico R. Fava (invernale)

 

Canalino dello Scala - 2° tiro : cascata

Canalino dello Scala – 2° tiro : cascata

 

Via Anni 70 - 1° tiro

Via Anni 70 – 1° tiro

 

Alpe di Succiso - Canale del Masso

Alpe di Succiso – Canale del Masso

 

 

 

Molte Alto

Mega cornici sulla cresta del Monte Alto


In una giornata in cui le nubi avevano avvolto completamente il crinale rimediamo al Monte Ventasso con l’intenzione di risalire i saltini rocciosi dell’antecima. Mentre ci avviciniamo, però, siamo subito attratti da quella che sembra una lingua di neve che taglia diagonalmente la parete Nord sopra il lago Calamone. Ci avviciniamo con grande fatica per la neve fresca appena caduta e, da vicino, quella che era sembrata una sottile lingua bianca è in realtà una ripida rampa ghiacciata tra le rocce. Non possiamo resistere e saliamo di lì. Incredibile a dirsi ma troviamo quattro chiodi vecchi, altri erano probabilmente sotto la neve. L’itinerario è breve, due tiri (il primo lungo la rampa e il secondo per una crestina che porta al crinale) ma parecchio interessante. Purtroppo non abbiamo informazioni certe su chi salì di lì per primo, nostra unica informazione è che un ragazzo chiamato Findus, di professione gelataio a Reggio, salì in piolet traction una goulotte sul Ventasso, probabilmente la “nostra” Rampa.Mentre scrivo questo breve resoconto la neve non ha ancora abbandonato i nostri monti, i canaloni dell’Alpe sono ancora stracolmi e lo resteranno ancora per un po’ ma noi siamo pienamente soddisfatti ed appagati, queste nostre uscite in Appennino ci hanno dato tanto: abbiamo faticato, sofferto il freddo e risalito canali e pareti nella forma più estrema di quella che pochi appassionati chiamano ravanata appenninica. Salire anche il più improbabile picco appenninico ci ha regalato grandi soddisfazioni ed emozioni uniche.

Foto di Alberto Piazza e Federico Rossetti

Compagni: Pietro Gaibazzi, Giacomo Guidetti, Alberto Piazza, Luca Ziliotti

 

1° tiro

1° tiro


 


Un arrivederci all’anno prossimo per nuovi progetti e belle salite nel nostro amato Appennino!!!

 

 
 

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