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Grandes Jorasses – Avventura in quota, nel massiccio del Monte Bianco

by Jack
13 minuti di lettura

Senza fiato. Conto una decina di passi annaspati nella neve farinosa, su per il canalone, e mi ritrovo di nuovo senza fiato. Da metà canalone i polpacci sono in fiamme, e mancano ancora circa 80 metri per l’uscita. Alla fine, arrivo in fondo, sopra al seracco sommitale, e una volta in spiano mi fermo a bere un sorso e inghiottire mezza barretta energetica. Sento le forze rifluire nel corpo, ne avevo veramente bisogno. Siamo in giro da circa 8 ore, e ancora non ci eravamo fermati per mangiare o bere qualcosa. Grazie a questa pausa raccolgo un po’ di forze e piano piano affronto, col paziente Luca, l’ultimo pendio e raggiungiamo gli altri in cima alle Grandes Jorasses. Non si vede nulla. Siamo avvolti in una nuvola a 4208 m, ma sono comunque in cima a questa bellissima montagna, coi miei amici, e sono felice. 

In vetta, mi lascio cadere nella neve, le mani in grembo: sono svuotato di energie e di pensieri, mi sento stranamente in pace, sento gli altri che discutono sui tempi e sulla migliore via di discesa, ma non li ascolto, quassù mi affido completamente a loro, e penso solamente a gestire le mie energie.

Ma andiamo con ordine, perché la storia di questa salita inizia qualche giorno prima:

 

CAP.0 PROLOGO, A CENA DAL RED: Il 6 agosto io e Cri arriviamo a Courmayeur, primo giorno delle nostre vacanze estive. Il tempo è brutto, là in alto, sulle cime del Monte Bianco sta nevicando. Giusto il tempo di mettere giù le valigie che arriva il messaggio di Federico: “stasera venite a cena da me che parliamo del giro di domani?” “certo!”. Arriviamo a casa sua, e ci sono già Alberto, Luca e il Frasso. Il Delca invece arriverà direttamente l’indomani. La mamma di Fede ha preparato una cena buonissima e mentre mangiamo iniziamo a fare piani e progetti per i giorni successivi. La meta è presto decisa, e incute un sacro rispetto: andremo a fare la via normale delle Grandes Jorasses. Come sempre, il meteo crea una certa apprensione, ora sta nevicando, come sarà nei prossimi giorni? La neve fresca cancella la traccia e potrebbe creare anche problemi nei tratti di roccia. Il Frasso scova un video su Youtube dove poter esplorare in anteprima almeno i passaggi salienti dell’ascensione. Fede inorridisce davanti a questa concessione alla sicurezza a sfavore del senso di avventura, ma a me, e penso anche agli altri tranquillizza, e fa capire che sarà dura, ma comunque fattibile. Un ultimo bicchiere di vino insieme e poi ci salutiamo. Appuntamento domani mattina a Courmayeur.

CAP.1 SALITA AL BOCCALATTE: Al parcheggio verifichiamo l’attrezzatura e ultimiamo gli zaini. Ci distribuiamo il materiale comune: corde, rinvii, moschettoni, friends, facciamo la spesa per i pasti in bivacco. E poi, da bravi alpinisti proletari, ci mettiamo in attesa dell’autobus per la Val Ferret cercando di non urtare coi nostri zainoni piccozzati la massa di turisti in scarpette e zainetti. Sopravviviamo eroicamente alla calca, e scesi dall’autobus, ci infiliamo veloci nel bosco, lungo il sentiero che porta al bivacco (ex. Rifugio) Boccalatte (2800 m slm). La salita è inizialmente dolce, comoda e panoramica, con vedute magnifiche sul Monte Bianco e sulla cresta di Rochefort, ma diventa ben presto impegnativa e ripida, guadiamo due torrenti e ci arrampichiamo su per roccette agevolati da canaponi, infine attraversiamo un nevaio e superiamo le ultime balze rocciose per arrivare all’ex rifugio, vero nido d’aquila abbarbicato alla roccia a picco sul tormentato Ghiacciaio di Planpincieux. È un luogo magnifico: la vicinanza del ghiacciaio, la verticalità delle rocce, la desolazione dei detriti morenici, la bellezza delle vette circostanti, è un posto veramente selvaggio e affascinante, dove l’uomo può solamente sentirsi ospite temporaneo. Il rifugio, in legno e muratura è molto piccolo ma accogliente. Ci sistemiamo e curiosando un po’ in giro troviamo delle taniche vuote, partiamo quindi alla ricerca di una fonte d’acqua, e la troviamo in un rigagnolo discendente da un nevaio poco distante. La sera, armeggiamo alla bell’e meglio con gavette e fornelli per preparare la cena, e filiamo a letto presto: la partenza l’indomani è prevista per le due di notte

CAP.2 LA SALITA: Ci svegliamo, comunicando più a gesti che a parole mettiamo l’acqua a bollire per il tè, ci prepariamo, disponendo con cura il materiale nello zaino o appeso all’imbrago. Si mastica controvoglia qualche biscotto, si accendono le frontali e si esce. Uno sguardo al cielo stellato, Alberto chiude la porta del Bivacco e si parte.

Con l’aiuto dei canaponi superiamo un tratto di roccette, per poi incamminarci sui detriti morenici, la salita è pesante, il silenzio è rotto solo dal suono dei nostri respiri, lo sguardo a indovinare dove passa la via. Si arriva al ghiacciaio, ci mettiamo i ramponi, il casco e ci leghiamo in cordata. Facciamo tre cordate per procedere più veloci: Fede e il Frasso, Albi e il Delca, io e Luca. Frasso e Fede partono dritti sul ghiacciaio di Planpicieux, in questo tratto poco crepacciato ma molto ripido verso l’evidente sperone roccioso del Rocher Reposoir (3450 m), e noi li seguiamo a ruota. Quando arriviamo a questa prima parete rocciosa, è ancora buio. Una corda fissa ci permette di individuare l’attacco e di superare una placca liscia, ci arrampichiamo in conserva nei tratti più facili, oppure a tiri improvvisando veloci sicure, e cercando di indovinare la via migliore di salita, operazione non sempre facile al buio. Arrampicare coi ramponi ai piedi e con i guanti, che per il freddo non si possono togliere se non per pochi minuti, non è proprio facile, almeno per me. Le difficoltà sono basse (max. III/III+), ma l’arrampicata non è proprio scorrevole, considerando anche che siamo al buio, e il velo di nuvole che si sta formando toglie anche l’aiuto del chiaro di luna. Risalendo il Reposoir mi rendo conto delle effettive dimensioni di questa montagna, e della lunghezza del nostro itinerario. Sulla relazione si risolve tutto in un “si supera il Rocher Reposoir”, in realtà questo tratto ci richiede molto tempo e molta energia. Raggiungiamo infine la cresta nevosa finale e scendiamo con un breve ma ripido pendio nel Couloir Whymper (3710 m). Questo passaggio è uno dei più delicati dell’intera via: il couloir da attraversare è molto ripido (fino a 45°) ed anche molto valangoso, va attraversato quindi con attenzione ma il più velocemente possibile. Dobbiamo ora affrontare i Rochers Whymper, un altro tratto di roccia, più breve del Reposoir, ma sicuramente più tecnico. Fede e Frasso, ormai parecchi metri davanti a noi, scendono di una trentina di metri lungo il ghiacciaio e attaccano la parete delle Rochers. Noi altri invece individuiamo il vero punto di attacco, più in alto, indicato da qualche cordino. Il problema è che per raggiungerlo bisogna superare un ripido e sottile ponte di neve che passa sopra la crepaccia terminale. Piantiamo due viti da ghiaccio nella neve dura, e poi Luca parte per affrontare il passaggio più tecnico della via: passato il ponte, deve affrontare una parete appoggiata di misto roccia e neve, alta una cinquantina di metri, con passaggi di IV e complessivamente M3, prima di arrivare alla sosta su un terrazzino. L’ultimo tratto dei Rochers lo superiamo in conserva e raggiungiamo gli altri a quota 3820 m. Dinnanzi a noi si estende ora l’ultima parte del ghiacciaio, sulla quale incombe, alto sulla sinistra, un enorme seracco sommitale. La via normale passerebbe lungo il facile ghiacciaio, proprio sotto a questo seracco. Dopo un’accurata analisi, e le dovute consultazioni, Alberto decide che passarci sotto è troppo pericoloso, e d’altro canto, il canale che passa a sx del seracco sembra essere in buone condizioni. Puntiamo quindi in quella direzione, risalendo il ghiacciaio fino ad arrivare all’imbocco del canale di neve…e il resto della storia, fino in vetta, lo conoscete già.

CAP.3 LA DISCESA: Sono le 11.30 quando arriviamo in vetta, siamo in giro da più di 9 ore, e la stanchezza ormai si fa sentire, e sappiamo che il percorso per tornare al Boccalatte è ancora lungo, e soprattutto pieno di incognite: salendo al buio, infatti, non abbiamo visto soste per le calate in corda doppia, dovremo quindi cercarle scendendo, sperando di non perdere troppo tempo: siamo già in ritardo sulla tabella di marcia. Ad ogni modo, a differenza della salita, la discesa per il canalone nevoso mi riesce più veloce e meno faticosa del previsto.

Arrivati alle roccette sommitali dei Rochers Whymper, Fede individua subito la prima sosta di calata, e iniziamo quindi le discese in corda doppia, giù per i Rochers Whymper prima e poi la lunga serie di calate del Reposoir. Nel mezzo, il delicato riattraversamento del Couloir Whymper. Facciamo in tutto 12 calate in corda doppia. Durante una delle ultime doppie, per seguire una lingua di neve obliqua, finisco di qualche metro fuori dalla linea di verticale della doppia, a un certo punto un forte strattone mi riporta sotto la verticale e nel momento dell’impatto del piede contro la roccia, sento un forte dolore al tendine d’Achille. Questo dolore mi accompagnerà e mi rallenterà parecchio per il resto della discesa. Arriviamo infine, ormai stanchi alla base dell’ultima doppia, dove parecchie ore prime iniziava la nostra via di salita sul Reposoir. Ora solo il Ghiacciaio di Planpincieux e una lunga distesa morenica ci separano da una cena calda e dalle cuccette del Bivacco Boccalatte. Una volta superato un primo tratto crepacciato, ormai fuori da qualsiasi pericolo oggettivo, i ragazzi allungano il passo, e scivolano giù per l’ultimo pendio glaciale, piantando il tallone nella neve e lasciandosi scivolare il più possibile. Io vorrei imitarli ma la stanchezza e il dolore alla caviglia me lo impediscono e procedo molto più lentamente. È il tramonto ormai, e arriveremo al Boccalatte col primo buio: alle 19.45 di sera. Siamo stati in giro sulla montagna per più di 17 ore. Siamo stanchi ma euforici per l’impresa compiuta…e appena entrati in rifugio, ci accorgiamo subito di una bella sorpresa…

CAP.4 UNA FESTA INATTESA e DISCESA IN VALLE: Entriamo nel bivacco e……Meraviglia!!! sul tavolo troviamo una bella bottiglia di vino rosso, e salami e formaggi di varia qualità. Pane e cioccolato. Ma chi ci ha rifornito di così tante leccornie? Beh, mentre noi compivamo la nostra impresa sulle Grandes Jorasses, anche Cristina, rimasta a Courmayeur, si apprestava a compiere la sua personale impresa. Da sola, si è sparata i 1300 m di dislivello, per nulla banali per arrivare al Rifugio Boccalatte e consegnarci il pacco sorpresa. Per poi tornare giù lo stesso giorno! Purtroppo, visto il nostro ritardo, non ci siamo incontrati. Festeggiamo quindi e divoriamo tutto! E brindiamo alla nostra impresa. Poi a letto, per il nostro meritato riposo. Il giorno dopo ci svegliamo con calma, pigramente rifacciamo gli zaini e diamo una pulita in bivacco e poi ci salutiamo: io e Pietro scendiamo subito: lui deve tornare diretto a Parma, io mi sono svegliato con ancora male alla caviglia…e voglio affrontare la discesa con molta calma. Alberto e il Frasso resteranno su in bivacco ancora un po’ per poi scendere anche loro in valle, mentre Federico e Luca, dopo le 17 ore di ieri, trovano la forza per un’altra impegnativa arrampicata sul Rognon della Bouteille (!!!).   

La squadra REDclimber. Da sinistra: in basso Federico, Luca, Alberto, in alto Pietro, Francesco, Giacomo

La squadra REDclimber. Da sinistra: in basso Federico, Luca, Alberto, in alto Pietro, Francesco, Giacomo

CAP.5 EPILOGO: ALLE TERME: E il racconto riprende, per concludersi, in uno scenario completamente diverso: io e Cri siamo alle terme di Prè Saint Didier. I muscoli piacevolmente a mollo nella vasca idromassaggio di acqua calda. Davanti a noi, in lontananza scintillano i ghiacciai sommitali delle Grandes Jorasses. In preda ai fumi termali la mente vaga, ormai in uno stato di pseudo offuscamento, e ritorna ai ghiacci e alle altezze del giorno prima. Ormai prossima ai confini del vaneggiamento, mi vien da pensare che i l’alpinismo, e non solo… è tutta una questione di equilibrio dinamico, dove non puoi mai stare fermo immobile ma oscillare sempre tra due opposti. Tra paura e coraggio, tra entusiasmo e calma, leggerezza e profondità, forza e stanchezza, nella continua ricerca del tuo baricentro, della tua essenza, togliendo mano a mano tutto ciò che è inutile e superfluo al raggiungimento di questo equilibrio… è evidente che ormai è da troppo tempo che sto polleggiando in acqua e le essenze aromatiche mi stanno dando alla testa, ci alziamo quindi e ci avvolgiamo nei morbidissimi accappatoi bianchi e ciabattine, per andare a bere un thè alle erbe depurative, e a cercare una nuova saunetta … e il racconto della nostra piccola grande impresa sulle Grandes Jorasses finisce così, in un bagno di sudore.

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