Kilimangiaro: trekking sul tetto dell’Africa

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Nel cuore dell’Africa, tra le vaste pianure della Tanzania, si innalza, catturando ogni sguardo, una montagna alta fin oltre le nuvole. È il tetto dell’Africa, è una montagna sacra… il suo nome è Kilimangiaro. Tradotto in Swaili, significa la “montagna splendente”. Oppure, “il viaggio impossibile”, in lingua Chakka, il popolo che vive ai piedi della montagna.

Ai giorni nostri, di impossibile non c’è nulla nella salita a questa montagna ma è affascinante pensare alla meraviglia che questa montagna deve aver esercitato in passato sulle popolazioni locali, per le quali la salita alla vetta rappresentava veramente un’avventura estrema.

Con Cristina, decidiamo finalmente di regalarci questa avventura, dopo mesi difficili. E quindi si parte, il volo in aereo è confortevole grazie anche a un comodo scalo ad Addis Abeba, e dopo circa 7 ore di viaggio atterriamo all’International Kilimanjaro Airport. Edifici bianchi, terra rossa, aria calda sulla pelle e un cielo immenso…siamo finalmente in Africa. 

La pianura ai piedi del Kilimangiaro verso il Lemosho Gate

Attraverso il finestrino della jeep che ci porta ad Arusha, vediamo pecore e vacche al pascolo, pastori-bambini, baracche di legno tutte colorate, capre, formicai alti un metro e mezzo, persone che dormono per strada, un carro trainato da muli, businessman, bancarelle con ogni sorta di merce, edifici fatiscenti accanto a hotel 4 stelle, sguardi “addosso”, sorrisi, visi seri, gente che salda a bordo strada in ciabatte, una capra nel porta pacchi di una moto….e tante, tante altre cose, mischiate alla rinfusa, che girano in testa in una miriade di colori, suoni e odori. Quanto caos c’è per le strade di Arusha, quanta precarietà e miseria, mischiate a creatività, vitalità, coraggio e voglia di farcela. È tutto molto intenso per noi, abituati alle geometriche e organizzate città europee, e arriviamo in albergo esausti. Giusto il tempo per un breve briefing con la guida, e una rapida cena e poi crolliamo a letto.

Il giorno dopo, in Jeep raggiugiamo il Londorossi Gate dove parte il nostro trekking fino alla vetta del Kilimangiaro. Esistono tanti trekking che conducono in cima, la nostra scelta è stata la Lemosho Route, la più panoramica di tutte, che dal versante Ovest della montagna si avvicina al Kibu, ossia il cratere principale, con la sua vetta: l’Hururu Peak (5895 m). La Lemosho Route prende le mosse da Londorossi, in un ambiente di foresta pluviale, attraversa poi la brughiera d’alta quota della vasta caldera di Shira, per risalire poi verso i 4500 m della Lava Tower e aggirare ancora con vari sali scendi la montagna attraverso il Barranco Wall e la valle di Karanca per poi salire finalmente verso la vetta dal versante Est, il tutto in circa sei giorni di salita e due di discesa.

Primo giorno di trekking attraverso la foresta pluviale

Al Lemosho Gate conosciamo la squadra che ci accompagnerà nella nostra avventura: con noi verranno due guide, un cuoco un aiuto cuoco e tre portatori. Siamo un po’ perplessi di fronte a tale dispiegamento di forze, (che comunque risulterà essere assai limitato rispetto a quello di altre spedizioni) ma ci affidiamo completamente al giudizio di Bonn, la nostra guida senior. Al Gate, si inizia a respirare aria di spedizione, arrivano jeep su jeep a scaricare aspiranti scalatori, e mentre i clienti consumano un pasto veloce all’ombra di un capanno, le guide e i portatori, con gran fermento preparano sacchi, pesano zaini, effettuano gli ultimi preparativi e sbrigano le formalità burocratiche (una costante in Africa). Scopriamo con sgomento che il regolamento del parco è molto rigido riguardo al peso massimo per ciascun portatore, alla quantità di materiale e alla gestione dei rifiuti, e come ci spiega la nostra guida, i ranger del parco sono soliti approfittare di questi regolamenti bizantini per spillare qualche soldo extra ai ricchi turisti bianchi. Finalmente Bonn riesce eroicamente ad avere la meglio sulle insidie burocratiche e partiamo zaino in spalla inoltrandoci nel fitto della foresta. La prima tappa in realtà è molto breve, circa tre ore di ma ci emozioniamo comunque avvistando per la prima volta le scimmie blu volteggiare sopra le nostre teste. La vita da campo, durante i trekking sul Kilimangiaro è piuttosto spartana, i campi sono attrezzati con bagni pubblici che altro non sono che buche per terra con quattro mura attorno, senza acqua corrente. Non ci sono docce, ma ci si lava con una bacinella di acqua scaldata al fornellino. Il giorno successivo, il trekking prosegue con una lunga salita costante, lungo la cosiddetta schiena d’Elefante, che ci conduce fuori dalla foresta pluviale per passare gradualmente alle Moorlans, ossia una vasta e ondulata area rocciosa, molto sabbiosa, dove le principali vegetazioni sono composte da arbusti di erice e altre specie. La sabbia nera delle Moorlans si attacca addosso, alla pelle e ai vestiti, come molte altre cose in Africa. La pendenza diventa più lieve, i panorami si aprono e si possono ammirare le prime vedute sulla vetta del Kilimangiaro. Si arriva infine allo Shira Camp 1 (3610 m), situato nella caldera formatasi tanto tempo fa a seguito del collasso dell’antico cratere di Shira.

Secondo giorno, prima sguardo sulla vetta del Kilimangiaro

Riprendendo il cammino, ci aspetta una bella sorpresa: la salita alla vetta dello Shira Peak (3872 m). Dopo una lunga escursione arriviamo in vetta superando alcune facili roccette. Da qui la vista spazia a 360° sul vasto altopiano desertico di Shira, sulla massiccia vetta del Kibu e in lontananza sul triangolo perfetto del Monte Meru (4566 m). Ma la vista che affascina di più è lo sterminato mare di nuvole che si estende ai nostri piedi. Il trekking prosegue fino al prossimo punto tenda: lo Shira Camp 2 (3890 m). 

Da qui in poi, l’ambiente cambia ancora, infatti siamo adesso nel deserto di alta quota, caratterizzato da pochissima vegetazione e attraversato da vaste distese di rocce nere, testimonianze di antiche colate laviche. Il trekking continua, e per una migliore acclimatazione è previsto di raggiungere la quota 4600 m di Lava Tower, per poi scendere a dormire a una quota inferiore. Il Lava Tower è un enorme monolite lavico a cui piedi si trova uno dei campi più in quota del Kilimanjaro, si prosegue iniziando a costeggiare il versante meridionale della montagna in un bellissimo ambiente arido, dove sopravvive pochissima vegetazione, tra cui delle strane palme nane chiamate seneci. È divertente pensare che alla stessa quota, sulle nostre Alpi, saremmo in cordata su un ghiacciaio, bardati di tutto punto con picca e ramponi, mentre qui stiamo allegramente passeggiando in t-shirt e scarpette da trekking. Giungiamo così al mio campo preferito: il Barranco Camp! Dinnanzi a noi si erge l’immensa parete meridionale del Kilimangiaro, solcata nella parte sommitale dai ghiacci perenni, mentre alle nostre spalle il Monte Meru emerge dal mare di nuvole, sotto al quale possiamo solo immaginare il brulicare di vita delle pianure africane.

‘Passaggi tecnici’ sul Barranco Wall

Il giorno dopo affrontiamo l’unico tratto un pochino tecnico di tutto il trekking: il Barranco Wall! Si tratta di una parete di roccia lavica alta circa duecento metri. Il sentiero affronta in diagonale questo ostacolo, per superare il quale è previsto anche qualche facile passaggio di arrampicata (I+; II). Per noi è una divertente variazione sul tema, ma la cosa impressionante è vedere i portatori salire in velocità queste roccette coi loro carichi di 15-20 kg sulle spalle, in scarpe da tennis.  Sono uno spettacolo di forza ed equilibrio, ma ci capita anche di vedere un grosso carico volare giù dalle spalle di un portatore e finire rotolando parecchi metri più in basso. Superato il Wall, il trekking procede lungo la valle di Karanga, fino ad arrivare all’ultimo campo prima della salita alla vetta: il Barafu Camp (4673 m). 

Questo campo sorge sopra una zona sub pianeggiante del vasto versante est del Kilimanjaro. A questa quota ormai non c’è più nessuna vegetazione, solo rocce e sabbia. La vista spazia dalla cima del Kibu ormai vicina, fino alle ardite pareti del Mawenzi, il terzo cratere del Kilimangiaro. Andiamo a letto presto perché sappiamo che ci sveglieremo a mezzanotte per l’ultima e più emozionante parte del trekking: la salita alla cima!

 

Sveglia in tenda a mezzanotte, abbiamo dormito poco, un po’ per la scomodità, un po’ per il freddo. Ci viene portata una breve colazione che spilucchiamo controvoglia: lo stomaco è serrato. Il caffè (in polvere) bollente invece lo sorseggiamo avidamente. Ci mettiamo addosso tutto quello che abbiamo e partiamo. Uno sguardo al cielo e…Meraviglia!!! Sara l’aria fredda e cristallina. Sarà l’alta quota, o la totale assenza di inquinamento luminoso, ma il cielo stellato sopra di noi è uno spettacolo da togliere il fiato. Le stelle, una miriade, sono più sfolgoranti che mai, e la Via Lattea è lì, appena sopra di noi, bellissima e visibilissima. La luna. 

Colazione in tenda prima dell’ascensione alla vetta

Procediamo lentamente e in silenzio, avvolti in questa meraviglia. Davanti e dietro di noi vediamo le frontali fendere il buio come tanti piccoli fari, siamo parte di un lungo serpentone che precede verso la cima.  La salita, oggi dovremo fare circa 1220 m di dislivello, parte dolcemente per poi diventare via via più ripida, fino allo Stella point (5756m), dove mettiamo finalmente piede sull’ampio cratere sommitale. Da qui il sentiero prosegue, di nuovo in lieve pendenza, fino alla vetta. Sebbene quest’ultimo tratto sia molto facile, per noi risulta essere il più faticoso: la quota inizia a farsi sentire, sento come una sensazione di compressione ai polmoni e il camminare diventa sempre più faticoso e richiede maggior concentrazione. Nonostante questo, procediamo senza intoppi, e arriviamo in vetta proprio nel momento esatto in cui inizia ad albeggiare, e ci accorgiamo di essere soli, abbiamo la vetta tutta per noi per qualche minuto, è un momento magico. Ci abbracciamo, foto di rito, poi inizia ad arrivare il serpentone di persone, e nonostante volessi rimanere in cima ancora qualche minuto, le nostre guide insistono per iniziare a scendere: meno tempo passi ad alta quota, più basso è il rischio di edema. La discesa la facciamo quasi correndo: siamo euforici per l’impresa e adesso, nelle prime luci dell’alba possiamo ammirare il cratere del Kilimangiaro, i suoi ghiacci e le nuvole lontane sotto di noi. L’aria si riscalda e non patiamo più il freddo di prima, e mano mano che scendiamo sentiamo più aria circolare in corpo e i muscoli delle gambe rispondere sempre più prontamente. 

Alba sul seracco sommitale della cima del Kilimangiaro

Ritornati alla tenda, le guide ci concedono di riposare un’oretta prima di smontare il campo e riprendere la discesa fino al Mweka Camp (3100) ben 2795 metri più in basso! L’ultimo giorno è una lunga discesa nella foresta pluviale fin o al Mweka gate, dove finisce il nostro trekking. Riceviamo gli attestati dall’ufficio del Parco e poi andiamo a festeggiare con la squadra a Mweka, dove mangiamo un buonissimo piatto locale a base di carne e banane.  Dopo un lungo viaggio in jeep torniamo al nostro albergo, dove finalmente ci concediamo una lunghissima doccia calda, dopo otto giorni di lavaggi sommari. Abbiamo ancora solo un giorno in Africa, che sfruttiamo visitando l’Heritage Museum of Tanzania, e per gustare dell’ottimo pollo e agnello alla brace. Mangiato con le mani, lo abbiamo trovato squisito.

Consigli per chi vuole salire sul Kilimangiaro

La Salita al Kilimangiaro, lungo la Lemosho Route è un trekking di otto giorni. Richiede molto spirito di adattamento per la vita spartana nei campeggi. A eccezione della salita alla vetta, e del Barranco wall, i trekking non presenta difficoltà tecniche e le tappe sono abbastanza brevi permettendo tanto tempo per il riposo. L’alta quota e il freddo sono gli unici veri ostacoli del trekking: occorre coprirsi bene con materiale d’alta montagna per la salita in vetta, e avere dei buoni sacchi a pelo per le notti nei campi oltre 4.000 m. Per l’acclimatamento occorre bere molto, e nel caso, fare uso di Diamox (consultare un medico). Occorre anche proteggersi dal sole e dalla polvere. Per quest’ultima consiglio l’uso di occhiali da sole e di portarsi anche un collirio per gli occhi.

DESTINAZIONE DURATA LUNGHEZZA DISLIVELLO GRADO
Londorossi Gate – Mkubwa Camp 3 h 10 km 650 m E
Mkubwa Camp – Shira I Camp 6 h 12 km 960 m E
Shira I Camp – Shira Peak – Shira II Camp 6 h 10 km 800 m E
Shira II Camp – Lava Tower -Barranco Camp 7 h 12 km 790 m/-680 m E
Barranco Camp – Karanga Camp 4 h 5 km +250 m/ -200 m EE
Karanga Camp – Barafu Camp 4 h 4 km 600 m E
Barafu Camp – Hururu Peak – Mweka Camp 12 h 17 km +1296 m/-2796 m EE
Mweka camp – Mweka Gate 4 h 10 KM -1250 m E

 

Scritto da

Jack

GIACOMO GUIDETTI. Classe 1984, guida ambientale escursionistica e alpinista della domenica. Sono il ‘nonno’ del gruppo e, anno dopo anno, cerco sempre più affannosamente di stare dietro agli altri red climbers! Ma è l’intramontabile Passione per la montagna che mi porta a compiere lo sforzo sovrumano di scollarmi dal divano, di imbarcarmi per clamorose sfacchinate per ritrovarmi, ogni volta, in un bagno di sudore e con un bel sorriso stampato sul volto e a ripetermi che sì, ne vale sempre la pena!! Con un passato da boulderista impenitente, mi piace adesso seguire i ragazzi su vie di roccia e ghiaccio di difficoltà classiche e giù per discese scialpinistiche cercando sempre di non stamparmi contro rocce o alberi. Sono anche amante del trekking e dei viaggi di avventura in giro per il mondo. Amo la Montagna e la Natura in ogni sua forma e mi stupisco ogni volta di come essa susciti fascino ed emozioni agli esseri umani.

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